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  • Immagine del redattoreRiccardo Boccuzzi

8 minuti

Molti sapevano che la luce viaggiava alla velocità di 300.000 chilometri al secondo. E molti sapevano che il sole era distante dalla Terra ben 150 milioni di chilometri. Questo voleva dire che, se il sole si fosse spento improvvisamente, la Terra sarebbe stata illuminata per altri 8 minuti, perché tanto ci avrebbe messo l’oscurità a raggiungere il pianeta. Se il sole si fosse spento, l’uomo lo avrebbe percepito 8 minuti dopo il fatale evento. Il progresso, tuttavia, aveva permesso all’uomo di sapere ciò che accadeva nel cosmo in tempo reale, quindi quel 25 Marzo, quando il sole si spense, l’uomo lo seppe all’istante. Ma intorno a sé nulla cambiò, perché l’oscurità aveva appena iniziato il proprio viaggio interstellare. E questo scatenò, se possibile, un panico ancora più folle. Alcuni infatti pensarono che sarebbe stato meglio scoprirlo dopo 8 minuti perché, almeno, una volta spenta la luce i popoli si sarebbero congelati all’istante, e la civiltà si sarebbe estinta nell’incoscienza collettiva. Invece, grazie al tanto inseguito progresso, il 25 Marzo, alle 5.52 del mattino, l’uomo scoprì che alle 6 in punto tutto sarebbe finito.
Per alcuni era ora di pranzo, per altri era tardo pomeriggio, per altri ancora neanche mezzanotte, ma di fatto non importava da dove si iniziasse a contare. 8 minuti erano in Cina, 8 minuti erano in America, 8 minuti erano in Europa, 8 minuti erano in Africa o in Russia… ed 8 minuti sarebbero rimasti anche ruotando l’intero pianeta. Per la prima volta, quel 25 Marzo, tutti i popoli pensarono di essere uguali. E così quegli 8 minuti divennero un’era. Ed ognuno dei 480 secondi che costituivano quegli 8 minuti divenne più prezioso che mai. I primi 60 secondi servirono a diffondere la notizia affinché tutti, ovunque, sapessero. Gli ultimi a saperlo furono i poveri disgraziati dell’India settentrionale, che si ritrovarono quindi con 1 minuto in meno di residua esistenza. Per l’ennesima volta, quel 25 Marzo, tutti i popoli capirono di non essere uguali. Per gran parte dell’umanità, comunque, ci vollero altri 60 secondi per entrare in contatto con i propri affetti. I più fortunati, una sparuta manciata, gli affetti ce li avevano davanti o di fianco, ma perlopiù la presenza degli uni con gli altri era sempre stata data per scontata, ed in quel momento tutti pagarono quello sconto a caro prezzo. Fortunatamente c’erano telefoni, computer, il tanto inseguito progresso insomma… ma nei 6 minuti che restavano non c’era certo tempo per sentire tutti. Alcuni dovettero scegliere con chi parlare. Altri dovettero sperare di essere scelti. C’è una bella differenza tra scegliere ed essere scelti. Molti si resero conto di non valere quel poco tempo ancora a disposizione per la persona che speravano di salutare. Ad altri andò ancora peggio, perché scoprirono di valere tutta la residua esistenza di una persona che non immaginavano ci tenesse così tanto a loro. Era orribile scoprire di non averlo capito prima. Alcuni si scelsero a vicenda e stettero in silenzio, dicendosi ciò che non si erano mai detti semplicemente respirando, o piangendo, o ridendo. Alcuni iniziarono a correre, maldestramente convinti di andare più veloce di 300.000 chilometri al secondo. Alcuni si lanciarono dai tetti, scoprendo di non voler aspettare neanche quei 6 minuti. La loro vita era terminata tempo prima, quando avevano smesso di sognare. Alcuni scrissero un biglietto, altri si nascosero sotto il letto, altri ancora strinsero a sé un libro, un orologio, o una bottiglia. Difficile ubriacarsi in 6 minuti. Quando scoccò l’inizio degli ultimi 5 minuti, molti ebbero di gran lunga più paura rispetto a quanta ne avessero avuta allo scoccare degli ultimi 6 minuti, o degli ultimi 7 o degli ultimi 8. Forse perché 5 minuti potevano essere contati su una mano sola. Occorreva scegliere le proprie parole con molta cura. “Ti amo" durava meno di “ti voglio bene”, quindi era preferibile. Paradossalmente tutti i verbi al presente erano preferibili, perché i tempi composti richiedevano il doppio delle parole, quindi il doppio dei secondi, quindi il doppio della vita. Dopo millenni di Hic et Nunc, secoli di Carpe Diem e infiniti Cogli l’attimo, non era rimasta alcuna alternativa, e molti si maledirono per non averla scelta quando di minuti ce n’erano a migliaia. Allo scoccare degli ultimi 4 minuti, le azioni divennero preferibili alle parole perché immediate. Un bacio era preferibile ad un ti amo, non perché durasse meno ma perché al contrario dilatasse il tempo, e c’era bisogno di stirare ogni istante affinché ci si potesse quantomeno aggrappare un po’. Un tizio che stava lì lì per spirare pensò che 4 minuti erano comunque tanti. Sperò, anzi, di arrivare alla fine di quegli ultimi 4 minuti. Ovviamente non c’erano più medici e infermieri con lui, perché per loro 4 minuti erano pochissimi, ma quel tizio pensò che in fin dei conti aveva ancora tutto il tempo del mondo e, per la prima volta da quando seppe di stare per morire, sospirò a fondo e si sentì in pace. Quando mancarono 3 minuti, una signora iniziò a mettersi il rossetto, perché sapeva che avrebbe raggiunto suo marito quindi tanto valeva farsi bella per lui. Non andò di fretta, utilizzò ogni istante per fare un lavoro certosino, perché quel rossetto sarebbe rimasto per sempre al contrario di tutto il resto che la circondava. L’oro e i diamanti restarono nelle teche di vetro, nessuno li guardò neanche per uno di quei 180 secondi restanti. Quando rimasero 120 secondi, una giovane coppia che aveva deciso di fare l’amore in quegli ultimi 8 minuti, iniziò ad accelerare a perdifiato per sentirsi in cielo un’altra volta. Stavolta non usarono protezioni come sempre avevano fatto, ma si lasciarono andare l’uno nell’altra con l’estasi di un mistero che nella loro mente sarebbe rimasto irrisolto. In profondità di coscienza, speravano che divenisse l’ultima sensazione da provare e che riecheggiasse nell’eternità del cosmo che li avrebbe travolti. L’ultimo minuto fu assolto nel silenzio, come tutti i lutti che si rispettano. L’intero pianeta si zittì per quel rituale che declama la fine di qualcosa, o di tutto in questo caso. Per la prima volta da quando la civiltà umana aveva conquistato la Terra in lungo e in largo, si udì ogni cosa. Si udirono i pesci aprire il muso sott’acqua. Si udì la talpa appisolarsi sottoterra. Si udì la lingua del coniglio ritrarsi oltre gli incisivi, la zampa del felino piegare i fili d’erba, lo scricchiolio del guscio del calabrone tremare allo schiaffeggiare del vento. Ed in tutto il mondo i pensieri videro solo quegli ultimi numeri farsi largo tra i propri ricordi, legati agli ultimi spasmi del futuro che restava. 10. 9. 8. 7. Che peccato. 6. 5. Potevo farlo. 4. 3. Quante cazzate. 2. 1. Che gusto ha la pioggia? E tutto il mondo chiuse gli occhi per non vedere il sopraggiungere del buio che non apparteneva alle proprie scelte, l’estrema sintesi dell’ancora possibile, le gocce sprecate di milioni di temporali. Ma nulla accadde. Il buio non arrivò. Così come non arrivò il gelo. Perché il sole si era spento soltanto per un istante, ma erano tutti troppo occupati a capire come morire invece di pensare a vivere. Però adesso c’erano molti tizi a spirare in pace. C’erano molte vedove che sorridevano allo specchio. C’erano molti bambini pronti a venire al mondo. C’erano molte persone che sapevano cosa avrebbero scelto, e molte persone che sapevano chi le avrebbe scelte. Di quegli 8 minuti restò la sovrumana bellezza della natura tutta, ed il sangue dei vigliacchi ai piedi dei tetti. Chi aveva deciso di correre, continuò a farlo, non sapendo dove andare. Né da dove venisse.


“Non esiste l’Inferno, se non sulla Terra. Una volta che accetti questa premessa sarai libero di esistere a modo tuo, e non conoscerai la solitudine, e la morte non conterà nulla. Pensa a te stesso come benedetto dalla oscurità”.



Charles Bukowski
Nel mezzo del cammino

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